mercoledì 9 ottobre 2013

50 ANNI DOPO IL VAJONT - PENSIERI SPARSI

Si, ho già parlato del Vajont lo scorso anno, ricordate?

http://ahecco-salvadors.blogspot.it/2012/10/io-e-il-vajont.html

E allora che faccio, mi ripeto?
Direi di no, anche perché non ne volevo parlare ma poi stamani a Radio 24 ho sentito Minoli intervistare Francesca Chiarelli.
E chi è Francesca Chiarelli?
Leggete questa intervista...

http://www.ilgazzettino.it/vajont/vajont_denuncia_choc_frana_pilotata_cera_un_piano_per_farla_cadere_gi/notizie/332286.shtml 

Allora, appena sentite queste stesse parole, ho cambiato idea e ho deciso che avrei riparlato del Vajont e del disastro in occasione del 50° anniversario.
Le parole della Chiarelli sono state fatte passare come denuncia-choc, eppure c'è qualcosa che non mi torna.
Si, perché se in tutti questi anni mi sono visto 50 volte lo spettacolo di Paolini, sono stato 3 volte sulla diga e ho svariati libri sulla vicenda (compreso quello di Tina Merlin "Sulla pelle viva"), qualcosina a tal riguardo mi pare di ricordarla.
Cominciamo.
Che la SADE (acronimo di Società Adriatica Di Elettricità) volesse "pilotare" la frana si sapeva. L'anno prima del disastro aveva simulato una prova di disastro a Nove e la relazione finale, chiamata relazione Ghetti, stabiliva appunto la quota di sicurezza del bacino che avrebbe garantito quella ondata minima alta solo 30 mt.
Poi, certo, la relazione e la simulazione non avevano considerato la possibilità che la frana fosse molto più compatta ma soprattutto ingovernabile. Si pensava che fosse divisa in più pezzi ma solo alla fine, troppo tardi, ci si accorse che la frana era solo una, gigantesca e infinitamente più devastante. Il resto è storia.

Ricordo anche altri dettagli.
L'arroganza della SADE che impone la realizzazione della diga senza fermarsi davanti a niente e a nessuno, senza chiedersi se ciò che stavano per fare fosse giusto o meno ma soprattutto pericoloso o sicuro.
L'inettitudine della stessa nel non tener conto della saggezza contadina, perché se nel corso dei secoli un monte viene chiamato Toc (che in ladino vuol dire "marcio", ma anche "pezzo") e se il torrente che scorre ai suoi piedi Vajont ("va giù") un motivo dovrà pur esserci e forse, prima di realizzare lì un mega bacino artificiale qualche domanda in più te la puoi porre.
Ed ancora ricordo la sete di denaro e il voler mettere sempre davanti a tutto il profitto che indusse la SADE a fregarsene dei richiami e degli avvertimenti dei geologi (uno era pure il figlio del progettista Carlo Semenza).
La diga era finita ma si doveva assolutamente provvedere al collaudo, a tutti i costi.
Mai un dubbio, sempre la granitica certezza che la frana non avrebbe causato troppi danni e che sarebbe potuta essere governata tranquillamente.

Ricordo anche la totale assenza e l'inadeguatezza dello Stato italiano.
Da un lato la commissione collaudo, talmente impreparata sull'argomento da approvare e firmare qualsiasi documento che la SADE gli passasse; in poche parole si fidavano, la SADE progettava e realizzava dighe come poche altre ditte nel mondo e si sa quanto il paese avesse bisogno di elettricità...eravamo all'inizio del tanto decantato boom economico!
Qualcuno si lamentava? Chi? I soliti comunisti disfattisti pronti ad opporsi sempre e comunque allo sviluppo? E poi chi? Qualche gruppetto di contadini che aveva la terra sul Toc e che abitava dall'altra parte della valle in un comune chiamato Erto-Casso? Ma per favore, non si poteva stare a guardare questi piccoli dettagli, l'Italia aveva sete di energia elettrica e la SADE gliela forniva, per cui poche chiacchiere e vai con le opere!
Dall'altro lato però c'era anche chi lo stato lo rappresentava sul territorio.
Mi viene in mente un ingegnere del Genio Civile, Desidera, che osò bloccare il cantiere della diga e della strada di circonvallazione perché non c'era il progetto; tempo due giorni e il Desidera viene rimosso e sostituito da un collega, tale Violin che da allora pensò bene di fare il bravo e non alzare mai la voce.
Oppure mi viene in mente Da Borso, il presidente della provincia di Belluno, che sollecitato dalle proteste chiede delucidazioni direttamente al Ministro dei Lavori Pubblici (Benigno Zaccagnini) che lo rassicura accennandogli della simulazione di disastro. E a quel punto si reca a Roma dove, nel giro di una settimana, viene sballottato da un ufficio all'altro senza ricevere neanche una mezza informazione in merito alla diga ed alla sua pericolosità.
Tornato a Belluno, alle proteste continue di chi lo accusava di non aver voluto fare domande risponde senza mezzi termini che andare a Roma è come sbattere la testa contro un muro perché "La Sade è uno stato nello stato".
Mi vengono in mente anche i sindaci di Longarone, di Erto e di Casso che, dinanzi all'arroganza e allo strapotere della SADE usavano comunque modi gentili e corretti per avere informazioni e rassicurazioni da parte della ditta.

E poi mi viene in mente anche lei, quella Tina Merlin tosta, cocciuta e dannatamente brava giornalista.
Lei per tutta la durata dei lavori denunciò in modo continuo e preciso la SADE ed i pericoli che avrebbe causato la realizzazione della diga. Solo grazie a lei oggi sappiamo che il disastro non fu una fatalità (come Montanelli ha sempre creduto) o "una sciagura pulita causata dalla natura" come diceva Giorgio Bocca, ma bensì un disastro causato solo ed esclusivamente dalla inettitudine umana.
Magari poi un giorno anche lo stato italiano si deciderà ad omaggiarla e a ringraziarla per l'enorme contributo che c'ha donato: la memoria per tutto quello che successe fino a quel maledetto 9 ottobre di 50 anni fa.
Non è poco.



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