Quanti giorni ricordiamo bene nella nostra esistenza?
Quattro? Cinque?
Forse di più, forse di meno, ma i giorni che ti cambiano la vita una volta per tutte sono davvero pochi.
Perché si, ci sono certi giorni che cominciano e tu vedi la vita in un certo modo e alla fine della giornata la vedi in modo completamente diverso.
Io ricordo tutto di quella sera di 19 anni fa: la Festa dell'Unità alla Fortezza, il concerto de Gli Amici di Roland, le chiacchiere con l'amico con cui avevo suonato nel gruppo pochi anni prima ("Dai, rifacciamo un concerto dei Taurus, ci starebbe bene!"), la classica serata calda fiorentina, il ritorno a casa, le luci accese, gli sguardi preoccupati, lui che diceva "No no, va tutto bene...", lo strano brivido lungo la schiena, io che leggevo "Elianto" alle 3 di notte perché non riuscivo a prendere sonno e poi, un quarto d'ora dopo tutto era cambiato.
Una mezz'ora, poi tutto finito: i silenzi, gli sguardi persi nel vuoto, capire che da quel momento tutto sarebbe cambiato e ci saremmo dovuti abituare al vuoto, all'assenza.
Da allora sono passati 19 anni e mi ritrovo ancora qui, in questa casa, alle prese con il solito vuoto: non sono bastati i tentativi di rimettere insieme i cocci, di cercare fotografie, di riportare alla luce vecchi ricordi, di cercare di capire, di andare oltre.
Rimane solo quello che non c'è stato, il ragazzo di quasi 24 anni che cresce, si innamora, finisce l'università, si sposa, si sente felice ma sente sempre quel vuoto: perché chi doveva esserci non c'è più e quando c'era era preso da 1000 problemi più grandi di lui e allora uno guarda quello che c'è stato e quello che poteva esserci.
Vedo poi la mia di famiglia, sento la leggerezza e la gioia nell'aria tutte le volte che siamo tutti e quattro insieme, penso ai tanti sacrifici, ai salti mortali per barcamenarmi in questa vita e poi penso alle risate, alle piccole cose che riempiono la vita dandogli un senso.
Poi ogni tanto riaffiora il solito pensiero e poi le solite domande: "Perché allora non è andata così? Cosa è mancato? Perché sempre quell'atmosfera cupa? Perché non siamo stati felici?".
Posso farci poco se non rimanere con quella solita malinconia di fondo, quasi come fosse una commedia all'italiana dal finale amaro.
Rimango da solo con domande che non troveranno mai risposta e con il rimpianto di non averle fatte a suo tempo; ma perché avrei dovute farle? Che ne sapevo a 20 anni di famiglia, figli, problemi sul lavoro? Che ne sapevo delle ansie che dopo i 40 anni spuntano fuori inesorabilmente?
Mi ritrovo spesso a parlare con me, ad immaginare le domande che vorrei fargli e le risposte che vorrei sentirmi dare e allora mi sembra quasi che da qualche parte mi stia guardando dicendomi di resistere e di andare avanti nonostante tutto.
Non mi basta, ma così è.
Mi accontento di ciò che è stato cercando di leggere tra le righe e i ricordi, poi capita all'improvviso di vedere un amico che canta, stonando, una canzone di Renato Zero insieme al suo babbo e dentro di me crollo.
Perché sono state e saranno sempre troppe le partite della Juve che non abbiamo visto e vedremo insieme, perché non commenteremo mai un evento politico o sociale o una manifestazione artistica insieme.
Non ci sarà niente anche se poteva esserci tutto.
Mi tengo la mia malinconia, il mio vuoto che nessuno potrà riempire, poi guardo Guglielmo ed Edoardo e spero che per loro un domani non sarà lo stesso.
Almeno ci provo.
Ciao babbo, ovunque tu sia.
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